CETTI CURFINO su Domenica de Il Sole 24 Ore

Domenica Sole 24Ore (Filippo La Porta) 17.3.2019

Marinella Savino, Massimo Maugeri, Maurizio Cotrona

Il Sud, immenso deposito dell’immaginario

Filippo La Porta

Benvenuti al Sud. Ma esiste ancora? Intendo: non come luogo geografico, ma come categoria antropologica. Utopico e fatalista. Critica della modernità e scimmiottamento della modernità (tutte le virtù del meridione implicano il loro contrario). Il Sud di Silone e Carlo Levi,di Jovine e Tomasi di Lampedusa, dilatato poi nel Sud del mondo dei Garcia Marquez, Rushdie, Bolaño… Una volta ho parlato di scrittori “al sapore” di Sud, come esistono le bevande “al sapore” di arancia. Quel Sud infatti tende a diventare cliché turistico e folklore (lo stesso Franco Cassano ha dovuto rivedere il concetto di “pensiero meridiano”). Però qualcosa della sua alterità sopravvive all’omologazione patinata. Scorriamo alcuni romanzi recenti del Sud.
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Un dialetto appena “lavorato” è anche il ritmo che scandisce la pagina di Cetti Curfino (La nave di Teseo, pagg. 252, € 12) di Massimo Maugeri. Un giomalista, Andrea Coriano, orfano di madre, incontra in prigione per scriverci sopra un libro Cetti Curfino, vedova e madre di un giovane criminaloide, rea confessa di un delitto. Attraverso il loro colloquio sfila davanti ai nostri occhi un “romanzo civile” dell’Italia di questi anni: malavita organizzata, politica corrotta, e soprattutto oppressione e umiliazione della donna, nonostante l’Emancipazione (colonna sonora è «Woman is the nigger of the world» di John Lennon). I due personaggi principali, il Cronista trentenne – esitante, eterno adolescente “adottato” da zia Miriam – e la Detenuta quarantenne – di una “bellezza selvaggia” che toglie il respiro, cosi determinata che infine scriverà lei il proprio libro! – sono disegnati con accuratezza (se qualcuno ne ricavasse una flction TV diventerebbero più banali: solo la parola può evocare tutte le sfumature che sfuggono alla piattezza dell’immagine). Ma la invenzione principale di Maugeri è la lingua che impresta a Cetti, un mezzo dialetto, un italiano sgraziato però educato a un ordine logico: «Il carcere ti mancia le ossa e nemmanco te ne accorgi… non voglio restarici nemmanco un giorno più del dovuto». O a proposito dell’omicidio (con un paio di forbici) di cui non è pentita: «Ma celo giuro, commissario, non lo fatto di mia volontà». Dalla grana sgualcita della sua voce riaffiora un humus profondo della Sicilia, passato attraverso la modernizzazione ma inconciliato. Alla fine lei si “llbera” attraverso la scrittura, lì dove non ci sono più colpe e crimini da espiare, ma “infondinfondo” resta solo l’enigma della vita, che ogni racconto ancestrale ci ricorda.
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Il Sud esiste anzitutto nel passato culturale, nell’immenso deposito dell’immaginario. Ma dipende sempre e solo dal singolo decidere di attualizzare – in un gesto – il passato, le promesse di liberazione che pure contiene, accanto al dolore. Dipende da lui inventare ogni volta il Sud, e cosi in quel momento “inventare” anche se stesso.