CETTI CURFINO su Notabilis

NOTABILIS – anno IX – n. 4 luglio-agosto 2018

Cetti è un personaggio inconfondibile, che preme per essere raccontato, per raccontarsi, che si impone con la sua voce unica, con la sua versione dei fatti. Cetti è un personaggio che non cerca l’autore, perché è lei stessa l’autrice in cerca di un pubblico a cui raccontarsi.

image

image

ESSERE GIORNALISTA AI TEMPI DI INTERNET

di Orazio Caruso

Ci sono storie che non si accontentano di essere raccontate una volta, che non smettono di fermentare depositate sulla carta. Vogliono vivere e rivivere ancora, passano da un genere ad un altro, da racconto si trasformano in performance teatrale (con l’interpre­tazione intensa e mediterranea di Carmelinda Gentile), poi passano oltre, diventano romanzo, si fanno incorniciare all’interno di una storia più complessa, si espandono, si sviluppano, si dilatano.
È il caso della storia di Cetti Curfino, una storia a tinte forti, drammatiche. Cetti è un personaggio inconfondibile, che preme per essere raccontato, per raccontarsi, che si impone con la sua voce unica, con la sua versione dei fatti. Cetti è un personaggio che non cerca l’autore, perché è lei stessa l’autrice in cerca di un pubblico a cui raccontarsi.
Cetti Curfino si trova in galera, condannata con giudizio definitivo per un delitto che ha ammesso di aver commesso. Tutto quello che vuole è spiegare le sue motivazioni, far capire come è arrivata a quel gesto.
Nel romanzo, a fare da cornice, da specchio, da contraltare alla storia di Cetti, vi è la storia di Andrea Coriano, un giornalista precario che nel “caso Curfino” intravede l’occasione del riscatto dalle sue sconfitte esistenziali. Andrea si imbatte nel caso di cronaca di Cetti Curfino, attraverso una lettera che la donna aveva inviato al Commissario che si occupava del suo caso e che poi era stata resa pubblica, e gli sembra l’occasione giusta per uscire dalla sua situazione di instabilità lavorativa. Si butta a capofitto nella storia della donna, fa ricerche accuratissime, si documenta perché vuole scrivere un libro sulla sua vicenda. L’obiettivo è duplice: dare giustizia alla donna condannata dalla società ed emergere dall’anonimato.
Non possono essere tanto diversi Cetti ed Andrea, ma hanno anche tanti punti in comune. Vivo­no nella stessa città, ma in ambiti socio economici diversi, una città (forse Catania) divisa da un confine invisibile come in un campo di battaglia. Entrambi, tuttavia, cercano una “rivelazione di sé” ed entrambi pensano di raggiungere il proprio obiettivo attraverso la scrittura. Andrea sem­brerebbe avere tutte le carte in regola per riuscirci, ma è corroso dall’inettitudine, dalla mancanza di coraggio, dal senso di colpa che attanaglia i sopravvissuti. Cetti è limitata dai condizionamenti sociali, dalla mancanza di istruzione, da una mentalità sottoproletaria, Andrea è limitato da con­dizionamenti caratteriali.
Vivono in due Catanie, due realtà che difficilmente si incontrano e quando succede scatta sempre il rischio di collisioni pericolose. Andrea ha il coraggio di fare il primo passo, di “sconfinare”, si attrezza, prende le sue precauzioni, si documenta, ma non considera alcune questioni, è inesper­to, senza esperienza, non sa superare gli ostacoli per crescere, per realizzarsi (in lui ci sono echi degli inetti sveviani). Non possiede il coraggio di portare avanti il suo progetto di affrancamento e di verità, non gli mancano le competen­ze intellettuali, gli manca il carattere. Al contrario Cetti è carattere all’ennesima potenza, pura forza, anche se le mancano i mezzi letterari e gli strumenti culturali. Ma questi si possono apprendere attraver­so studio e lettura dei classici. Lei si at­trezza per superare i suoi impedimenti, lui no, si arrende.
In questo romanzo dramma e commedia si intrecciano e si temperano. Il linguag­gio della lunga lettera di Cetti, con i suoi frasari ripetuti come tormentoni, può sem­brare quasi comico, può farci sorridere, ma ha un inconfondibile timbro espressivo doloroso. Come dice Gerard Genette: “il comico è il tragico visto di spalle”.
Nella lettera la prospettiva proviene dal basso. È scritta nell’italiano storpiato che parlano le persone ignoranti quando si tro­vano di fronte alla legge o in altre occasio­ni formali, nel siciliano ripulito, adattato e inquinato, un siciliano che ha perso la sua genuinità attraverso l’omologazione e la rivoluzione antropologica che ha colpito nell’ultimo cinquantennio le classi popola­ri (e non solo) italiane, di cui parlava profeticamente Pasolini. Certamente più vicino all’espressi­vità grottesca dei Civitoti in pretura di Martoglio che al macchiettismo dei personaggi minori di Camilleri.
Sono estremamente divertenti, ma anche rivelatori, i siparietti di Andrea e la zia, anche questi ci fanno sorridere, ma è un sorriso che lascia un retrogusto amaro, pirandelliano. Il libro è anche una descrizione precisa di cosa sia diventato il mestiere del giornalista nell’epoca del precariato intellettuale e di internet.
Considerando anche le altre prove letterarie di Massimo Maugeri si nota come questo romanzo sociale è scritto secondo una misura classica, volta all’essenziale e con pochi personaggi princi­pali. La sua fantasia, in altre prove, scoppiettante e paradossale, qui si esprime sottotraccia, in certi particolari grotteschi, in certe scene secondarie. Lo sperimentalismo linguistico è riservato al solo personaggio di Cetti, depositaria di una sua voce che esce dal coro. Andrea invece non ha una sua voce, lui è stato capace di scrivere il solo incipit della sua storia. Anche per questo, forse, non scrive il suo libro, se lo fa scippare da Cetti. Lui riesce a trasmettere a Cetti la motivazione a “fare” il libro, ma non ha il “coraggio” per farlo lui.

Annunci