CETTI CURFINO su Casa dei Lettori

 

Con Massimo Maugeri autore di “Cetti Curfino” La nave di Teseo

Intervista a Massimo Maugeri di Maria Anna Patti (Casa Lettori)

-Massimo Maugeri, scrittore, giornalista, ideatore del blog “Letteratitudine” con “Cetti Curfino”, edito da La nave di Teseo, torna in Sicilia. Mentre con “Trinacria Park” (edizioni e/o) rappresenta un’isola immaginifica, con questa nuova prova narrativa crea un gioco di nascondimenti. Catania appare avvolta dalle fiamme dell’Etna. La necessità di non scadere nella retorica?

Spero di non scadere mai nella retorica. E spero di non esserci mai (s)caduto. Ritengo, comunque, che con “Cetti Curfino” questo pericolo sia stato del tutto scongiurato per un motivo molto semplice. Questo romanzo non è nato con l’idea di voler raccontare qualcosa. È nato per la forza prorompente di questo personaggio letterario, Cetti Curfino, che si è imposto come se fosse dotato di vita propria. Mi rendo conto che una frase del genere potrebbe suonare un po’ retorica (per rimanere in tema), se non banale: il classico caso del personaggio letterario che si rende autonomo rispetto al suo autore. Per “Cetti Curfino”, però, è andata proprio così.
Parte della storia è ambientata in un quartiere degradato di una città siciliana, che potrebbe essere una qualunque città meridionale, o la periferia di qualunque metropoli. Potrebbe essere Catania, sì, anche se non è mai citata apertamente. Diciamo che gli indizi depongono in favore di questa ipotesi.

-Diceva Sciascia che la famiglia è la patria del siciliano. A chi si è ispirato creando zia Miriam?

A nessuna persona in particolare. Zia Miriam è la zia ottantenne di Andrea Coriano, il giovane giornalista squattrinato e un po’ impacciato che si reca in carcere per incontrare la detenuta Cetti Curfino con l’intento di ottenere da lei la collaborazione e l’autorizzazione per scrivere un libro capace di inquadrare sotto nuova luce il caso mediatico che ha finito con il divorare la donna. Pur non essendomi ispirato a nessuno in particolare, credo tuttavia che di persone come zia Miriam potremmo incontrarne molto facilmente. È un’anziana vedova ancora piena di energia e di voglia di vivere, che non disdegna la tecnologia (si collega su Facebook, ha un gruppo su WhatsApp con le sue amiche).

-“Cetti Curfino” ha una identità forte, stritolata da una vita di stenti, non si arrende. Come l’ha immaginata?

Cetti Curfino è una leonessa. La vita l’ha messa all’angolo, schiacciandola tra le pieghe di una società cinica e frettolosa, troppo presa da se stessa per accorgersi delle tragedie umane dei singoli.
Si ritrova in ginocchio, eppure non si arrende. Continua a combattere questo destino avverso che sembra non lasciarle speranza.
Questa donna – che ormai arrivo quasi a considerare come una persona e non un personaggio – mi è apparsa come una visione. Una bella quarantenne dietro le sbarre di una cella. Ho cominciato a scrivere di lei a ruota libera, senza sapere assolutamente nulla sul tipo di piega che avrebbe preso la storia. Sapevo solo che, essendo dietro le sbarre, doveva aver commesso un crimine. Sentivo che aveva l’esigenza di raccontarsi. Poi, appena ha cominciato a parlare, ho capito che doveva essere una donna tutt’altro che istruita. Il resto è venuto da sé. Non ho dovuto far altro che ascoltare Cetti Curfino e darle spazio.

-Nel romanzo il dialetto ha una sua autonomia sintattica. Nell’inventarne la cadenza ha voluto rompere gli schemi di un linguaggio ormai abusato?

Il tipo di linguaggio che adotta Cetti Curfino non è un vero e proprio dialetto. E, d’altro canto, non è un vero e proprio italiano. Questa donna decide di raccontare la sua storia, la sua versione dei fatti, attraverso una lettera che indirizza al commissario di polizia che l’ha arrestata. Non lo fa con intenti “autiassolutori”, ma solo per il desiderio di mettere in risalto la situazione disumana che si è trovata a dover affrontare. Essendo piuttosto ignorante si sforza di italianizzare forme espressive che conosce in dialetto, inserendo qua e là modi di dire che ha appreso in maniera strampalata. Ne viene fuori una sorta di “pasticcio linguistico” (intriso di dolenza, ma capace anche di far sorridere) che è specificamente connesso al personaggio che lo genera e che, sì, in un certo senso è dotato di sue regole interne. Io lo chiamo “cetticurfinese”.

-Ambientato in carcere ne denuncia le condizioni di degrado. Può la letteratura farsi voce degli ultimi?

Credo di sì. Uno dei compiti della letteratura è questo: dare voce a chi non ne ha, offrire spazio a chi è ridotto in condizioni di invisibilità, mettere in evidenza le contraddizioni del nostro vivere quotidiano e il contesto in cui proliferano. Credo che la storia di Cetti Curfino faccia soprattutto questo, in fin dei conti.
Le dinamiche della vita in carcere sono affrontate attraverso un’indagine di aspetti dell’animo umano che sfociano in alcuni concetti chiave: il “tempo carcerario” sfalsato da quello reale, per esempio; la claustrofobia derivante dalla consapevolezza di una sequenza di cancelli che si chiudono alle spalle; i cigolii sinistri di chiavistelli che lavorano dentro vecchie serrature e che segnano il grado di separazione con il resto del mondo; e, ancora, il rapporto tra detenuti e personale di polizia penitenziaria: due figure che – in un modo o nell’altro – finiscono con lo scontare forme parallele di reclusione. Tra le sfide del romanzo c’è anche quella del racconto di queste realtà.

-La confessione è come atto laico di riconciliazione con se stessi?

Credo che tentare di raccontare qualcosa di sé stessi possa aiutare a rimarginare le proprie ferite. Nel caso di Cetti Curfino questa lunga lettera, che coincide con il lato più doloroso della sua esistenza, serve anche a se stessa per fare i conti con i propri fantasmi, per esorcizzare gli incubi più feroci che infestano le sue notti. C’è dunque un aspetto “liberatorio” che è molto importante, che magari non annulla il dolore… ma, in un certo senso, lo ridimensiona. Lo rende più accettabile.

-Il riscatto di Cetti passa attraverso la conoscenza e la scrittura. Un messaggio forte, un bisogno di difendere la Cultura dalla massificazione…

Cetti è consapevole della propria ignoranza. Sa che la sua scrittura è intrisa di errori. Durante la detenzione, stimolata dall’idea della pubblicazione di un libro sul suo caso, decide che può fare qualcosa per migliorare se stessa. E inizia un percorso di autoformazione basato sulla lettura e sulla scrittura. Un’esperienza che in passato le era stata preclusa e che la porta a sperimentare una sorta di libertà interiore che prescinde dalla condizione di reclusione all’interno di una cella.

-Siamo ritornati al tempo in cui parlare di mafia era un tabù?

Non credo. O quantomeno io non ho questa percezione. Credo che di mafia e di criminalità organizzata continui a parlarsi (magari, dal punto di vista romanzesco, non con la stessa potenza del grande Leonardo Sciascia… questo è vero). Se ne parla nei libri (basti pensare ai bestseller di Roberto Saviano, in molti ottimi saggi, nell’ambito di romanzi noir), al cinema e nelle serie Tv (da “Gomorra” a “La mafia uccide solo d’estate”).
La storia di Cetti Curfino, pur non essendo una “storia di mafia”, scandaglia alcune distorsioni che continuano a essere molto radicate… tra cui la mentalità clientelare diffusa e generalizzata, che finisce con l’essere terreno fertile per ogni tipo di mafia.