CETTI CURFINO su Notabilis

NOTABILIS – anno IX – n. 4 luglio-agosto 2018

Cetti è un personaggio inconfondibile, che preme per essere raccontato, per raccontarsi, che si impone con la sua voce unica, con la sua versione dei fatti. Cetti è un personaggio che non cerca l’autore, perché è lei stessa l’autrice in cerca di un pubblico a cui raccontarsi.

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ESSERE GIORNALISTA AI TEMPI DI INTERNET

di Orazio Caruso

Ci sono storie che non si accontentano di essere raccontate una volta, che non smettono di fermentare depositate sulla carta. Vogliono vivere e rivivere ancora, passano da un genere ad un altro, da racconto si trasformano in performance teatrale (con l’interpre­tazione intensa e mediterranea di Carmelinda Gentile), poi passano oltre, diventano romanzo, si fanno incorniciare all’interno di una storia più complessa, si espandono, si sviluppano, si dilatano.
È il caso della storia di Cetti Curfino, una storia a tinte forti, drammatiche. Cetti è un personaggio inconfondibile, che preme per essere raccontato, per raccontarsi, che si impone con la sua voce unica, con la sua versione dei fatti. Cetti è un personaggio che non cerca l’autore, perché è lei stessa l’autrice in cerca di un pubblico a cui raccontarsi.
Cetti Curfino si trova in galera, condannata con giudizio definitivo per un delitto che ha ammesso di aver commesso. Tutto quello che vuole è spiegare le sue motivazioni, far capire come è arrivata a quel gesto.
Nel romanzo, a fare da cornice, da specchio, da contraltare alla storia di Cetti, vi è la storia di Andrea Coriano, un giornalista precario che nel “caso Curfino” intravede l’occasione del riscatto dalle sue sconfitte esistenziali. Andrea si imbatte nel caso di cronaca di Cetti Curfino, attraverso una lettera che la donna aveva inviato al Commissario che si occupava del suo caso e che poi era stata resa pubblica, e gli sembra l’occasione giusta per uscire dalla sua situazione di instabilità lavorativa. Si butta a capofitto nella storia della donna, fa ricerche accuratissime, si documenta perché vuole scrivere un libro sulla sua vicenda. L’obiettivo è duplice: dare giustizia alla donna condannata dalla società ed emergere dall’anonimato.
Non possono essere tanto diversi Cetti ed Andrea, ma hanno anche tanti punti in comune. Vivo­no nella stessa città, ma in ambiti socio economici diversi, una città (forse Catania) divisa da un confine invisibile come in un campo di battaglia. Entrambi, tuttavia, cercano una “rivelazione di sé” ed entrambi pensano di raggiungere il proprio obiettivo attraverso la scrittura. Andrea sem­brerebbe avere tutte le carte in regola per riuscirci, ma è corroso dall’inettitudine, dalla mancanza di coraggio, dal senso di colpa che attanaglia i sopravvissuti. Cetti è limitata dai condizionamenti sociali, dalla mancanza di istruzione, da una mentalità sottoproletaria, Andrea è limitato da con­dizionamenti caratteriali.
Vivono in due Catanie, due realtà che difficilmente si incontrano e quando succede scatta sempre il rischio di collisioni pericolose. Andrea ha il coraggio di fare il primo passo, di “sconfinare”, si attrezza, prende le sue precauzioni, si documenta, ma non considera alcune questioni, è inesper­to, senza esperienza, non sa superare gli ostacoli per crescere, per realizzarsi (in lui ci sono echi degli inetti sveviani). Non possiede il coraggio di portare avanti il suo progetto di affrancamento e di verità, non gli mancano le competen­ze intellettuali, gli manca il carattere. Al contrario Cetti è carattere all’ennesima potenza, pura forza, anche se le mancano i mezzi letterari e gli strumenti culturali. Ma questi si possono apprendere attraver­so studio e lettura dei classici. Lei si at­trezza per superare i suoi impedimenti, lui no, si arrende.
In questo romanzo dramma e commedia si intrecciano e si temperano. Il linguag­gio della lunga lettera di Cetti, con i suoi frasari ripetuti come tormentoni, può sem­brare quasi comico, può farci sorridere, ma ha un inconfondibile timbro espressivo doloroso. Come dice Gerard Genette: “il comico è il tragico visto di spalle”.
Nella lettera la prospettiva proviene dal basso. È scritta nell’italiano storpiato che parlano le persone ignoranti quando si tro­vano di fronte alla legge o in altre occasio­ni formali, nel siciliano ripulito, adattato e inquinato, un siciliano che ha perso la sua genuinità attraverso l’omologazione e la rivoluzione antropologica che ha colpito nell’ultimo cinquantennio le classi popola­ri (e non solo) italiane, di cui parlava profeticamente Pasolini. Certamente più vicino all’espressi­vità grottesca dei Civitoti in pretura di Martoglio che al macchiettismo dei personaggi minori di Camilleri.
Sono estremamente divertenti, ma anche rivelatori, i siparietti di Andrea e la zia, anche questi ci fanno sorridere, ma è un sorriso che lascia un retrogusto amaro, pirandelliano. Il libro è anche una descrizione precisa di cosa sia diventato il mestiere del giornalista nell’epoca del precariato intellettuale e di internet.
Considerando anche le altre prove letterarie di Massimo Maugeri si nota come questo romanzo sociale è scritto secondo una misura classica, volta all’essenziale e con pochi personaggi princi­pali. La sua fantasia, in altre prove, scoppiettante e paradossale, qui si esprime sottotraccia, in certi particolari grotteschi, in certe scene secondarie. Lo sperimentalismo linguistico è riservato al solo personaggio di Cetti, depositaria di una sua voce che esce dal coro. Andrea invece non ha una sua voce, lui è stato capace di scrivere il solo incipit della sua storia. Anche per questo, forse, non scrive il suo libro, se lo fa scippare da Cetti. Lui riesce a trasmettere a Cetti la motivazione a “fare” il libro, ma non ha il “coraggio” per farlo lui.

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CETTI CURFINO su Thriller Nord

Recensione di Francesca Mogavero


Autore: Massimo Maugeri

Editore: La nave di Teseo

Pagine: 252

Genere: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2018

 

Sinossi. Un giornalista giovane e spiantato, Andrea Coriano, entra in un carcere per incontrare una detenuta, Cetti Curfino. Gli si pone davanti una donna prorompente, labbra carnose, corpo colmo, occhi che rivelano abissi. Andrea ha letto la storia di Cetti sui quotidiani: una donna semplice, un marito che muore mentre lavora in nero, un figlio da sistemare e una lenta discesa nelle viscere di una società che sa essere molto crudele. Una storia di politici senza scrupoli e amici fedeli, di confessioni improvvise e segreti infamanti, un caso che ha fatto molto parlare ma che adesso sta per spegnersi, ingoiato da altri clamori. Il giornalista ha subito creduto che la sua storia andasse raccontata e ora che se la trova lì, ferina, impastata di dialetto, dolore e femminilità, capisce di non essersi sbagliato.

 

Recensione

Se leggere un libro (forse) non ha mai fatto male a nessuno – e lasciamo perdere certi film horror in cui i libri proibiti la fanno da padroni… – magari scriverlo può creare qualche problema in più.

Lo sa bene Andrea Coriano, non proprio rampante giornalista da “circa sei euro ad articolo”, deciso a scrivere un libro-inchiesta sul caso Cetti Curfino, ma non del tutto pronto a subirne le conseguenze emozionali (e fisiche).

Nutrito per trent’anni a media e quotidiani – per tacere i manicaretti di zia Miriam – Andrea, varcando le soglie del carcere in cui la donna è rinchiusa, entra nella cronaca con tutti e due i piedi, nonché con il cuore e con gli occhi, capaci di cogliere ogni linea di espressione, ogni sfumatura delle iridi, ogni curva della florida detenuta, ma anche la situazione di degrado sociale e psicologico in cui Cetti è precipitata.

E in questo abisso vischioso di lavoro nero, di figli finiti “a malastrada”, di legami familiari velenosi, di rapporti con i notabili ai limiti del vassallaggio e di bellezza pericolosa – “il fatto che sono bella solo problemi ma dato” riconosce infatti la Curfino – si impantana riga dopo riga, visita dopo visita, anche il nostro protagonista: Cetti invade i suoi pensieri, i suoi sogni e i suoi incubi; riportare il suo caso alla ribalta, presentarla come vittima del contesto e di una mentalità perversa e maschilista, riscattarla è una missione imperativa.

Ma di quale colpa si è macchiata Cetti Curfino?

Scopriremo il reato, il fattaccio che l’ha condannata a guardare un sole a scacchi, soltanto a un certo punto della storia, ma il crimine che pare accompagnarla da sempre, che aleggia dall’inizio della storia, a partire dalla citazione di John Lennon, e forse dall’alba dei tempi, è di essere donna, donna in un mondo atavico, troppo polveroso e ristretto per contenere l’energia, il potenziale, la forza generatrice e creativa del suo linguaggio.

Ed è proprio il linguaggio a rendere il romanzo ancora più sapido e tangibile: ogni personaggio assume voce e carattere fin dalle prime battute, ne riconosciamo gli intercalari, gli strafalcioni, il retaggio, le emozioni. I discorsi diretti consentono al lettore di entrare in contatto con eroi e antieroi, comparse e protagonisti, buoni e cattivi (oltre a tutte le gradazioni intermedie), e Maugeri fa questo e altro: ci presenta le “pulzelline” ottuagenarie, Dina la secondina, Seby, Alfio Levante e tutti gli altri senza remore, ci fa entrare in confidenza con ciascuno di loro, mostrandocene, tra un neologismo e una storpiatura, luci e ombre, spessore e contraddizioni.

Ma non basta. Ogni singola parola, anche quella volutamente sgrammaticata, è un guardaroba ricco di sfumature per tutte le stagioni e molteplici livelli di lettura, a partire dall’aggettivo “ferale” e dalle possibili (e fittizie) accezioni che Andrea vorrebbe attribuirgli per non urtare la sensibilità della suscettibile Cetti: “ferale” deriva dal latino feralis, di etimo incerto, e significa “letale”, “funesto”; ma “ferale”, aggiungendo una “i”, può diventare “feriale”, sinonimo di “lavorativo”, come se la bellezza di Cetti si potesse incontrare non in un giorno di festa, ma in una data qualunque, in uno squallido posto qualsiasi, sconvolgendo la vita; e “ferale” non è poi così lontano da “serale”, “seriale”, “fiero” e “ferino”, a indicare che il fascino dell’assassina ha qualcosa di notturno, pericoloso, belluino, fuori dal tempo e dalle regole… di sicuro oltre e al di sopra degli uomini ordinari.

E cosa dire di “forte”? Cetti lo utilizza con generosità (“non me ne forte niente di niente”“E che me ne forteva a me?” e via citando) e apparentemente sembrerebbe la versione scorretta di un’espressione ben più colorita… Eppure in quel “forte” c’è, di nuovo, tutta la forza classica del destino, dell’accidente, del fortuito: prendere “la malastrada”, fare la scelta sbagliata e irrimediabile a volte è questione di un attimo, del caso balordo, di un lancio di dadi da parte di chi sta troppo in su e non si accorge (“se ne forte”, appunto) che più in basso c’è chi si rompe “l’osso del capocollo”.

In conclusione, una prova letteraria che scavalca la grammatica e i generi – la classifichiamo come giallo, noir, narrativa? – e che ci regala una figura femminile epica nei suoi difetti, straordinaria nel suo essere “sempre femmina seria”, che cade, si macchia, si solleva senza una lamento, senza una mano amica, e guarda con sensualità, ironia e disincanto perfino la morte.

 

 

 

 

Massimo Maugeri


Massimo Maugeri collabora con le pagine culturali di magazine e quotidiani. Ha ideato e gestisce Letteratitudine (in rete dal 2006), blog letterario d’autore del Gruppo L’Espresso nonché uno dei più noti e seguiti blog letterari italiani, integrato dal quotidiano culturale online LetteratitudineNews. Dal 2009 cura e conduce una fortunata trasmissione radiofonica culturale di libri e letteratura che ha lo stesso nome del blog, incrociando la propria voce con quella dei più noti scrittori italiani e internazionali. Ha pubblicato romanzi, racconti e saggi, tra cui il romanzo Trinacria Park (Premio Vittorini). Tra i vari riconoscimenti ricevuti: Premio Addamo, Premio Martoglio, Premio Più a Sud di Tunisi, Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino”, Premio Elmo, Premio Promotori della Lettura e del Libro.

A cura di Francesca Mogavero

www.buendiabooks.it

CETTI CURFINO su La Gazzetta Augustana

Maugeri con “Cetti Curfino” per il terzo appuntamento letterario estivo di Naxoslegge-Nostos a Brucoli

24 agosto 2018

 

AUGUSTA – Successo di pubblico anche per il terzo incontro della rassegna letteraria estiva intitolata “Viaggio in Sicilia, tra luoghi, non luoghi e luoghi comuni” a cura dei festival itineranti Naxoslegge e Nostos in collaborazione con la locale sede della Lega navale italiana delegazione di Brucoli-Augusta, che ha messo a disposizione per i quattro eventi programmati i propri locali in via Libertà a Brucoli.

Questa volta, mercoledì 22, “Viaggio in Sicilia” ha fatto rotta verso la Sicilia delle donne, ospitando il romanzo Cetti Curfino, pubblicato quest’anno dalla casa editrice La Nave di Teseo ed ultima creazione dello scrittore siciliano Massimo Maugeri, il quale, tra le altre cose, collabora con pagine culturali di quotidiani, è ideatore e curatore del blog letterario d’autore del gruppo L’Espresso “Letteratitudine” e, dal 2009, conduce una trasmissione radiofonica culturale di libri e letteratura che ha lo stesso nome del blog e che da quest’anno è trasmessa da Radio Polis.

Ospiti dell’incontro, oltre all’autore del libro, la scrittrice siciliana Marinella Fiume che, insieme a Piero Romano, ha aperto questa rassegna il 25 luglio con la presentazione del loro libro Viaggio in Sicilia (vedi articolo), e Fulvia Toscano, direttore artistico di Naxoslegge e Nostos, di cui a settembre si inaugurerà l’ottava edizione; modera l’incontro Mariada Pansera.

Dopo l’intervento di apertura di Mariada Pansera, che ha presentato i suoi ospiti fornendo anche informazioni sul libro di Maugeri, la parola è passata a Toscano, che ha sottolineato l’importanza del dare voce a personaggi e protagonisti femminili ormai troppo spesso dimenticati o ai margini della società.

Fiume, nel definire l’opera oggetto della presentazione, ha detto: “Quello di Massimo Maugeri è un meta-romanzo, ossia un romanzo sullo scrivere romanzi e sull’importanza dei libri perché un libro non è mai innocuo e la scrittura può essere salvifica, come sarà per Cetti Curfino”.

Ha concluso l’incontro l’autore Maugeri, raccontando come il libro sia nato proprio dall’avere immaginato per un attimo questa giovane quarantenne, dalla bellezza “ferale”, aggettivo che gioca un ruolo fondamentale alla fine del romanzo, e dalla forza di una leonessa avvinghiata alle sbarre di una cella; una donna che la vita ha messo all’angolo, più volte schiacciata dalla indifferenza e dal cinismo di una società frenetica che troppo spesso ormai non si accorge dei drammi del singolo; una donna piegata, fino alla fine, degli eventi che ricopre il ruolo di vittima prima e carnefice poi; una donna che rimane stupita del suo stesso modo di interagire con la società che la circonda e che per questo decide di rialzarsi e riscattarsi raccontando la sua verità attraverso la pubblicazione della sua storia con tutto quello che questa decisione comporterà.

Marinella Fiume e Mariada Pansera hanno letto alcuni brani tratti dal romanzo e il pubblico, numeroso e attento, ha fatto diversi interventi.

CETTI CURFINO su Avvenire

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Maugeri convince ancora con una donna simbolo di una Sicilia spietata

di Bianca Garavelli

In una Sicilia che non trova pace, una donna vessata dalla sorte e da una società spietata diventa il simbolo della sopraffazione subita dal genere femminile. E della sua capacità di riscatto e rinascita. Cetti Curfino è il nuovo romanzo di Massimo Maugeri, che la Sicilia ben conosce (è nato a Catania nel 1968), e sa raccontare in modo emozionante. Ma il cuore del romanzo, o meglio ciò che più sta a cuore a Maugeri, è la constatazione che, ancora oggi, le donne sono costrette a portare un peso di dolore e umiliazione molto grave. “La donna è il negro del mondo” recita in epigrafe il titolo di una canzone di John Lennon, poco nota oggi perché quando uscì, nel 1972, suscitò polemiche tali da essere censurata in tutte le trasmissioni radiofoniche. Non solo per l’uso politicamente scorretto dell’aggettivo nigger, “negro”, ma per il suo provocatorio contenuto, in cui Lennon si rivolge a tutti i maschi, includendo se stesso, per evidenziare le angherie che fanno subire alle loro compagne, per esempio imponendo loro comportamenti a cui non possono ribellarsi, pena l’accusa di mancanza di amore. E la storia di Cetti Curfino è vista proprio da un personaggio maschile, il giornalista velleitario Andrea Coriano, orfano quasi disoccupato, costretto a vivere con la zia Miriam perché non in grado di mantenersi con gli scarsi compensi del giornale a cui collabora. Attraverso le sue parole, il suo desiderio di conoscere meglio Cetti, il fascino che esercita la sua bellezza “ferale” su di lui, entriamo nel mondo di questa donna ferita e calpestata. Tutto inizia da un’intervista propedeutica alla stesura di un libro biografico, che Andrea sente l’urgenza di scrivere: vuole raccontare come Cetti, dopo aver perso il marito (caduto da un’impalcatura nel cantiere in cui lavorava in nero), nonostante i suoi disperati sforzi di trovare un lavoro, non riesca a mantenere sé e il figlio adolescente, e sia costretta a prostituirsi per pochi soldi. Fino a commettere un delitto che la trascina in carcere. Il racconto di Andrea è intervallato dagli stralci di una lunga lettera che Cetti ha indirizzato al commissario da cui è stata arrestata: scopriamo così il suo linguaggio personalissimo, un misto di siciliano e italiano sgrammaticato, con cui esprime il dolore, la rabbia, e l’incredulità per il suo stesso modo di interagire con il mondo. Cetti a poco a poco matura una ribellione all’ingiustizia che dilaga nella sua vita, mentre il suo rapporto con il figlio Sebastiano detto Seby, che «nato storto» ha preso la via della malavita, peggiora inesorabilmente. Fino a una tragica e inattesa conclusione. La sensibilità speciale di Andrea è la lente perfetta per leggere l’anima di questa donna, che ha una tale forza da riuscire a cambiargli la vita. Guidandolo verso un bene in cui lui stesso non riusciva più a credere. Romanzo originalissimo di doppia formazione, Cetti Curfino ci svela le brutture di una società che non ha rispetto per i suoi ultimi, donne o uomini che siano, confermandoci un Maugeri ottimo narratore dopo la già convincente prova di Trinacria Park.

[da Avvenire del 22 agosto 2018]

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CETTI CURFINO su Casa dei Lettori

 

Con Massimo Maugeri autore di “Cetti Curfino” La nave di Teseo

Intervista a Massimo Maugeri di Maria Anna Patti (Casa Lettori)

-Massimo Maugeri, scrittore, giornalista, ideatore del blog “Letteratitudine” con “Cetti Curfino”, edito da La nave di Teseo, torna in Sicilia. Mentre con “Trinacria Park” (edizioni e/o) rappresenta un’isola immaginifica, con questa nuova prova narrativa crea un gioco di nascondimenti. Catania appare avvolta dalle fiamme dell’Etna. La necessità di non scadere nella retorica?

Spero di non scadere mai nella retorica. E spero di non esserci mai (s)caduto. Ritengo, comunque, che con “Cetti Curfino” questo pericolo sia stato del tutto scongiurato per un motivo molto semplice. Questo romanzo non è nato con l’idea di voler raccontare qualcosa. È nato per la forza prorompente di questo personaggio letterario, Cetti Curfino, che si è imposto come se fosse dotato di vita propria. Mi rendo conto che una frase del genere potrebbe suonare un po’ retorica (per rimanere in tema), se non banale: il classico caso del personaggio letterario che si rende autonomo rispetto al suo autore. Per “Cetti Curfino”, però, è andata proprio così.
Parte della storia è ambientata in un quartiere degradato di una città siciliana, che potrebbe essere una qualunque città meridionale, o la periferia di qualunque metropoli. Potrebbe essere Catania, sì, anche se non è mai citata apertamente. Diciamo che gli indizi depongono in favore di questa ipotesi.

-Diceva Sciascia che la famiglia è la patria del siciliano. A chi si è ispirato creando zia Miriam?

A nessuna persona in particolare. Zia Miriam è la zia ottantenne di Andrea Coriano, il giovane giornalista squattrinato e un po’ impacciato che si reca in carcere per incontrare la detenuta Cetti Curfino con l’intento di ottenere da lei la collaborazione e l’autorizzazione per scrivere un libro capace di inquadrare sotto nuova luce il caso mediatico che ha finito con il divorare la donna. Pur non essendomi ispirato a nessuno in particolare, credo tuttavia che di persone come zia Miriam potremmo incontrarne molto facilmente. È un’anziana vedova ancora piena di energia e di voglia di vivere, che non disdegna la tecnologia (si collega su Facebook, ha un gruppo su WhatsApp con le sue amiche).

-“Cetti Curfino” ha una identità forte, stritolata da una vita di stenti, non si arrende. Come l’ha immaginata?

Cetti Curfino è una leonessa. La vita l’ha messa all’angolo, schiacciandola tra le pieghe di una società cinica e frettolosa, troppo presa da se stessa per accorgersi delle tragedie umane dei singoli.
Si ritrova in ginocchio, eppure non si arrende. Continua a combattere questo destino avverso che sembra non lasciarle speranza.
Questa donna – che ormai arrivo quasi a considerare come una persona e non un personaggio – mi è apparsa come una visione. Una bella quarantenne dietro le sbarre di una cella. Ho cominciato a scrivere di lei a ruota libera, senza sapere assolutamente nulla sul tipo di piega che avrebbe preso la storia. Sapevo solo che, essendo dietro le sbarre, doveva aver commesso un crimine. Sentivo che aveva l’esigenza di raccontarsi. Poi, appena ha cominciato a parlare, ho capito che doveva essere una donna tutt’altro che istruita. Il resto è venuto da sé. Non ho dovuto far altro che ascoltare Cetti Curfino e darle spazio.

-Nel romanzo il dialetto ha una sua autonomia sintattica. Nell’inventarne la cadenza ha voluto rompere gli schemi di un linguaggio ormai abusato?

Il tipo di linguaggio che adotta Cetti Curfino non è un vero e proprio dialetto. E, d’altro canto, non è un vero e proprio italiano. Questa donna decide di raccontare la sua storia, la sua versione dei fatti, attraverso una lettera che indirizza al commissario di polizia che l’ha arrestata. Non lo fa con intenti “autiassolutori”, ma solo per il desiderio di mettere in risalto la situazione disumana che si è trovata a dover affrontare. Essendo piuttosto ignorante si sforza di italianizzare forme espressive che conosce in dialetto, inserendo qua e là modi di dire che ha appreso in maniera strampalata. Ne viene fuori una sorta di “pasticcio linguistico” (intriso di dolenza, ma capace anche di far sorridere) che è specificamente connesso al personaggio che lo genera e che, sì, in un certo senso è dotato di sue regole interne. Io lo chiamo “cetticurfinese”.

-Ambientato in carcere ne denuncia le condizioni di degrado. Può la letteratura farsi voce degli ultimi?

Credo di sì. Uno dei compiti della letteratura è questo: dare voce a chi non ne ha, offrire spazio a chi è ridotto in condizioni di invisibilità, mettere in evidenza le contraddizioni del nostro vivere quotidiano e il contesto in cui proliferano. Credo che la storia di Cetti Curfino faccia soprattutto questo, in fin dei conti.
Le dinamiche della vita in carcere sono affrontate attraverso un’indagine di aspetti dell’animo umano che sfociano in alcuni concetti chiave: il “tempo carcerario” sfalsato da quello reale, per esempio; la claustrofobia derivante dalla consapevolezza di una sequenza di cancelli che si chiudono alle spalle; i cigolii sinistri di chiavistelli che lavorano dentro vecchie serrature e che segnano il grado di separazione con il resto del mondo; e, ancora, il rapporto tra detenuti e personale di polizia penitenziaria: due figure che – in un modo o nell’altro – finiscono con lo scontare forme parallele di reclusione. Tra le sfide del romanzo c’è anche quella del racconto di queste realtà.

-La confessione è come atto laico di riconciliazione con se stessi?

Credo che tentare di raccontare qualcosa di sé stessi possa aiutare a rimarginare le proprie ferite. Nel caso di Cetti Curfino questa lunga lettera, che coincide con il lato più doloroso della sua esistenza, serve anche a se stessa per fare i conti con i propri fantasmi, per esorcizzare gli incubi più feroci che infestano le sue notti. C’è dunque un aspetto “liberatorio” che è molto importante, che magari non annulla il dolore… ma, in un certo senso, lo ridimensiona. Lo rende più accettabile.

-Il riscatto di Cetti passa attraverso la conoscenza e la scrittura. Un messaggio forte, un bisogno di difendere la Cultura dalla massificazione…

Cetti è consapevole della propria ignoranza. Sa che la sua scrittura è intrisa di errori. Durante la detenzione, stimolata dall’idea della pubblicazione di un libro sul suo caso, decide che può fare qualcosa per migliorare se stessa. E inizia un percorso di autoformazione basato sulla lettura e sulla scrittura. Un’esperienza che in passato le era stata preclusa e che la porta a sperimentare una sorta di libertà interiore che prescinde dalla condizione di reclusione all’interno di una cella.

-Siamo ritornati al tempo in cui parlare di mafia era un tabù?

Non credo. O quantomeno io non ho questa percezione. Credo che di mafia e di criminalità organizzata continui a parlarsi (magari, dal punto di vista romanzesco, non con la stessa potenza del grande Leonardo Sciascia… questo è vero). Se ne parla nei libri (basti pensare ai bestseller di Roberto Saviano, in molti ottimi saggi, nell’ambito di romanzi noir), al cinema e nelle serie Tv (da “Gomorra” a “La mafia uccide solo d’estate”).
La storia di Cetti Curfino, pur non essendo una “storia di mafia”, scandaglia alcune distorsioni che continuano a essere molto radicate… tra cui la mentalità clientelare diffusa e generalizzata, che finisce con l’essere terreno fertile per ogni tipo di mafia.

CETTI CURFINO su Cultureggiando

“Cetti Curfino” di Massimo Maugeri

di Antonino Genovese

A causa del mio lavoro, che mi tiene praticamente chiuso in sala operatoria (ad abbronzarmi con le scialtiche) ho mancato l’appuntamento con Massimo Maugeri a Milazzo, ma non è mancata occasione di leggere il suo ultimo libro “Cetti Curfino” edito da “La Nave di Teseo”.

La storia si articola su due filoni che si intersecano: quella di Andrea Coriano, un giornalista “Locale” e malpagato che collabora con una testata on line e ha il desiderio di scrivere un libro sulla storia di Cetti Curfino, e quella della stessa Curfino, reclusa per un orrendo crimine.

Il filo conduttore è l’amore tra madre e figlio, un sentimento forte e indissolubile. Andrea non ha mai conosciuto la madre, deceduta per darlo alla luce; Cetti invece ama il figlio, che nutre nei suoi confronti sentimenti rancorosi per una lettera inviata al Commissario che l’ha arrestata, dove racconta tutta la sua storia, anche le parti “intime”, che era meglio non declamare.

Il libro scorre veloce e, alla fine, dopo aver girato l’ultima pagina, resta il desiderio di voler conoscere Cetti Curfino, una donna forte che è allo stesso tempo vittima e carnefice. Vittima di una società bigotta, incolta, ignorante e clientelare, che la conduce per mano a un delitto atroce per cui paga con la detenzione la pena da scontare. Ma soprattutto è vittima di un amore non ricambiato, quello del figlio “Sebby”, che è finito a “malatrada” e che non accetta le scelte di una madre “buttanazza”.

Quello di Massimo è un libro intenso, commovente, ma intriso di ironia e Sicilitudine, che ne fanno un piccolo e raro gioiello nel marasma editoriale contemporaneo.

CETTI CURFINO su Persona e Danno

 

Deboli, svantaggiati – Minori, donne, anziani –  Maria Zappia – 30/07/2018

Cetti Curfino di Massimo Maugeri

Recensisco brevemente il romanzo dello scrittore catanese Massimo Maugeri perché l’estate invoglia alla lettura e perché la storia di Cetti Curfino riporta alla luce i temi, cari a chi si occupa di diritto, delle ingiustizie sociali e del degrado ambientale, spesso cause remote di tanti delitti.

Immagina che vivi in un posto di merda, dove ogni giorno è difficile e per non soccombere devi combattere. Sempre. Ogni giorno. A un certo punto tuo padre muore e sei nella merda più di prima. Vedi che tua madre non ce la fa e capisci che ti devi arrangiare. E arrangiarsi, in un mondo come questo, in un posto come questo, significa farti crescere i denti e le unghie”. “Perché qua hai due sole possibilità o sbrani, o vieni sbranato.

E’ una vendetta, quella di Cetti,  del debole contro un mondo che non comprende, un delitto non premeditato, un gesto d’impeto, che allo stesso tempo rappresenta un atto di ribellione verso l’ordine sociale che pone la donna, povera, senza  marito e senza risorse in uno stato di atavica subalternità. Cetti è bella, di una bellezza prorompente, e quando il marito Cesco, operaio edile in nero, muore per un incidente sul lavoro, si ritrova senza opportunità, stentando a farsi strada per sopravvivere. Pensa di  richiedere indietro favori al politico di turno, al quale il marito aveva ricercato voti per un’ascesa elettorale e quando la promessa non viene onorata,   la donna si lascia travolgere dalla furia omicida e dall’abiezione sino al carcere.

E tuttavia la storia tracciata da Maugeri, che è anche una storia di espiazione e riscatto, riporta alla luce il rapporto uomo – carcere, la solitudine del condannato, i rapporti di solidarietà che talvolta si creano tra chi è recluso e chi lavora all’interno degli istituti di detenzione. Il personaggio chiave di questa parte del romanzo è   Dina, un’operatrice penitenziaria orrida nell’aspetto e deleteria nei gesti ma saggia e pacata nella riflessione, una sorta di Caronte che traghetta il giornalista Andrea Coriano al cospetto di Cetti, in parlatorio, anticipando e preannunziando i dettagli della reale situazione in cui si trova la protagonista. Al fondo la storia è quella di una rinascita, che avviene dentro il in carcere, tramite la letteratura, i libri, la parola scritta anche se a veicolare il messaggio non è lo stato con i suoi apparati e le sue pretese rieducative ma è un giornalista tanto assetato di verità quanto irrisolto riguardo agli stili di vita. Andrea, il co-protagonista,  è uno scapolo che vive con zia Miriam, in una città del Sud, e ne è il suo contrario. Tanto la zitella è attiva, vivace e energica nelle pulizie di casa, tanto Andrea è apatico, pavido, succube, si fa per dire, delle fissazioni della zia, soprattutto delle fissazioni in materia di pulizia di casa e di uso del bicarbonato di sodio!

Le parti del romanzo che tratteggiano la quotidianità dei due sono esilaranti, fresche, ironiche, giuste per stemperare la crudezza di quanto è accaduto a Cetti e rappresentano anche uno spaccato di vita provinciale e di affetti profondi: Andrea difatti arresta il suo bisogno di verità proprio perché ad essere minacciata è la vita dell’anziana parente, amata al pari di una madre.

Sono i piani della narrazione e la lingua che attraggono in quest’opera: lingua curata e precisa nelle parti in cui si esprime Andrea con i suoi tentativi di dare ordine ad una vita apparentemente incolore, priva di direzione, precipitata in una convivenza anomala, quella tra zia e nipote fatta di riti e di monotonia, di giretti in macchina con anziane e vivaci signore attempate e ricette di cucina del tempo che fu, e la lingua forte e violenta di Cetti, la lingua in cui la donna reclusa tenta di esprimere la propria verità, una lingua tutta dialettismi e senso pratico meridionale. Una lingua che tuttavia diviene rarefatta e corretta quando l’eroina, dopo aver letto un’infinità di libri, s’impadronisce dell’unica arma capace di cambiare le cose, la capacità di esprimersi e di raccontare. La padronanza del linguaggio acquisita mediante la cultura fa di Cetti un essere compiuto, le consente di raccontare la propria verità in maniera definitiva contro tutti, anche contro il figlio Seby che la condanna e la vorrebbe cancellare da sé.

“A un certo punto tua madre fa una minchiata e la sbattono in carcere. E tu dici, vaffanculo, era dura prima e sarà dura pure ora. Però tua madre non è che si accontenta di fare una minchiata, una di quelle grosse come una casa, che ti rovinano per sempre. No. Fa di più. Decide di scrivere una lettera per raccontare i cazzi suoi e quelli che secondo lei sono stati i motivi che l’hanno spinta a fare la minchiata. E già questo bastava per la vita mia, sua, dei nostri antenati e dei nostri discendenti. Ma si è accontentata di questo? No. La signora è una che non si accontenta. E allora, mentre che ci siamo, avrà pensato: ora racconto tutto. E non è che lo racconto così. Tipo una frase e via. No. Racconto tutto, per filo e per segno. (…).

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Maria Zappia è calabrese, si è laureata presso l’Università di Messina ed esercita la professione di avvocato civilista. Ha conseguito un Master di primo livello in Diritto ed Economia dei Trasporti e della Logistica presso l’università di Bologna nel corso dell’anno accademico 2004-2005. Nel biennio 2009-2010 ha approfondito le tematiche della Responsabilità Sanitaria seguendo un corso organizzato dall’associazione A.gi.sa. in Roma. Dall’aprile 2013 è abilitata al patrocinio presso le Giurisdizioni Superiori. Si occupa prevalentemente di responsabilità medica, di diritto del lavoro privato e pubblico, diritto dei minori e della famiglia, di responsabilità civile. Ha approfondito l’istituto degli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Nelle discipline penalistiche ha affrontato in più occasioni la fattispecie della diffamazione sui social. Collabora con una rivista on line che si occupa di attualità e politica e si interessa di letteratura.