CETTI CURFINO su Casa dei Lettori

 

Con Massimo Maugeri autore di “Cetti Curfino” La nave di Teseo

Intervista a Massimo Maugeri di Maria Anna Patti (Casa Lettori)

-Massimo Maugeri, scrittore, giornalista, ideatore del blog “Letteratitudine” con “Cetti Curfino”, edito da La nave di Teseo, torna in Sicilia. Mentre con “Trinacria Park” (edizioni e/o) rappresenta un’isola immaginifica, con questa nuova prova narrativa crea un gioco di nascondimenti. Catania appare avvolta dalle fiamme dell’Etna. La necessità di non scadere nella retorica?

Spero di non scadere mai nella retorica. E spero di non esserci mai (s)caduto. Ritengo, comunque, che con “Cetti Curfino” questo pericolo sia stato del tutto scongiurato per un motivo molto semplice. Questo romanzo non è nato con l’idea di voler raccontare qualcosa. È nato per la forza prorompente di questo personaggio letterario, Cetti Curfino, che si è imposto come se fosse dotato di vita propria. Mi rendo conto che una frase del genere potrebbe suonare un po’ retorica (per rimanere in tema), se non banale: il classico caso del personaggio letterario che si rende autonomo rispetto al suo autore. Per “Cetti Curfino”, però, è andata proprio così.
Parte della storia è ambientata in un quartiere degradato di una città siciliana, che potrebbe essere una qualunque città meridionale, o la periferia di qualunque metropoli. Potrebbe essere Catania, sì, anche se non è mai citata apertamente. Diciamo che gli indizi depongono in favore di questa ipotesi.

-Diceva Sciascia che la famiglia è la patria del siciliano. A chi si è ispirato creando zia Miriam?

A nessuna persona in particolare. Zia Miriam è la zia ottantenne di Andrea Coriano, il giovane giornalista squattrinato e un po’ impacciato che si reca in carcere per incontrare la detenuta Cetti Curfino con l’intento di ottenere da lei la collaborazione e l’autorizzazione per scrivere un libro capace di inquadrare sotto nuova luce il caso mediatico che ha finito con il divorare la donna. Pur non essendomi ispirato a nessuno in particolare, credo tuttavia che di persone come zia Miriam potremmo incontrarne molto facilmente. È un’anziana vedova ancora piena di energia e di voglia di vivere, che non disdegna la tecnologia (si collega su Facebook, ha un gruppo su WhatsApp con le sue amiche).

-“Cetti Curfino” ha una identità forte, stritolata da una vita di stenti, non si arrende. Come l’ha immaginata?

Cetti Curfino è una leonessa. La vita l’ha messa all’angolo, schiacciandola tra le pieghe di una società cinica e frettolosa, troppo presa da se stessa per accorgersi delle tragedie umane dei singoli.
Si ritrova in ginocchio, eppure non si arrende. Continua a combattere questo destino avverso che sembra non lasciarle speranza.
Questa donna – che ormai arrivo quasi a considerare come una persona e non un personaggio – mi è apparsa come una visione. Una bella quarantenne dietro le sbarre di una cella. Ho cominciato a scrivere di lei a ruota libera, senza sapere assolutamente nulla sul tipo di piega che avrebbe preso la storia. Sapevo solo che, essendo dietro le sbarre, doveva aver commesso un crimine. Sentivo che aveva l’esigenza di raccontarsi. Poi, appena ha cominciato a parlare, ho capito che doveva essere una donna tutt’altro che istruita. Il resto è venuto da sé. Non ho dovuto far altro che ascoltare Cetti Curfino e darle spazio.

-Nel romanzo il dialetto ha una sua autonomia sintattica. Nell’inventarne la cadenza ha voluto rompere gli schemi di un linguaggio ormai abusato?

Il tipo di linguaggio che adotta Cetti Curfino non è un vero e proprio dialetto. E, d’altro canto, non è un vero e proprio italiano. Questa donna decide di raccontare la sua storia, la sua versione dei fatti, attraverso una lettera che indirizza al commissario di polizia che l’ha arrestata. Non lo fa con intenti “autiassolutori”, ma solo per il desiderio di mettere in risalto la situazione disumana che si è trovata a dover affrontare. Essendo piuttosto ignorante si sforza di italianizzare forme espressive che conosce in dialetto, inserendo qua e là modi di dire che ha appreso in maniera strampalata. Ne viene fuori una sorta di “pasticcio linguistico” (intriso di dolenza, ma capace anche di far sorridere) che è specificamente connesso al personaggio che lo genera e che, sì, in un certo senso è dotato di sue regole interne. Io lo chiamo “cetticurfinese”.

-Ambientato in carcere ne denuncia le condizioni di degrado. Può la letteratura farsi voce degli ultimi?

Credo di sì. Uno dei compiti della letteratura è questo: dare voce a chi non ne ha, offrire spazio a chi è ridotto in condizioni di invisibilità, mettere in evidenza le contraddizioni del nostro vivere quotidiano e il contesto in cui proliferano. Credo che la storia di Cetti Curfino faccia soprattutto questo, in fin dei conti.
Le dinamiche della vita in carcere sono affrontate attraverso un’indagine di aspetti dell’animo umano che sfociano in alcuni concetti chiave: il “tempo carcerario” sfalsato da quello reale, per esempio; la claustrofobia derivante dalla consapevolezza di una sequenza di cancelli che si chiudono alle spalle; i cigolii sinistri di chiavistelli che lavorano dentro vecchie serrature e che segnano il grado di separazione con il resto del mondo; e, ancora, il rapporto tra detenuti e personale di polizia penitenziaria: due figure che – in un modo o nell’altro – finiscono con lo scontare forme parallele di reclusione. Tra le sfide del romanzo c’è anche quella del racconto di queste realtà.

-La confessione è come atto laico di riconciliazione con se stessi?

Credo che tentare di raccontare qualcosa di sé stessi possa aiutare a rimarginare le proprie ferite. Nel caso di Cetti Curfino questa lunga lettera, che coincide con il lato più doloroso della sua esistenza, serve anche a se stessa per fare i conti con i propri fantasmi, per esorcizzare gli incubi più feroci che infestano le sue notti. C’è dunque un aspetto “liberatorio” che è molto importante, che magari non annulla il dolore… ma, in un certo senso, lo ridimensiona. Lo rende più accettabile.

-Il riscatto di Cetti passa attraverso la conoscenza e la scrittura. Un messaggio forte, un bisogno di difendere la Cultura dalla massificazione…

Cetti è consapevole della propria ignoranza. Sa che la sua scrittura è intrisa di errori. Durante la detenzione, stimolata dall’idea della pubblicazione di un libro sul suo caso, decide che può fare qualcosa per migliorare se stessa. E inizia un percorso di autoformazione basato sulla lettura e sulla scrittura. Un’esperienza che in passato le era stata preclusa e che la porta a sperimentare una sorta di libertà interiore che prescinde dalla condizione di reclusione all’interno di una cella.

-Siamo ritornati al tempo in cui parlare di mafia era un tabù?

Non credo. O quantomeno io non ho questa percezione. Credo che di mafia e di criminalità organizzata continui a parlarsi (magari, dal punto di vista romanzesco, non con la stessa potenza del grande Leonardo Sciascia… questo è vero). Se ne parla nei libri (basti pensare ai bestseller di Roberto Saviano, in molti ottimi saggi, nell’ambito di romanzi noir), al cinema e nelle serie Tv (da “Gomorra” a “La mafia uccide solo d’estate”).
La storia di Cetti Curfino, pur non essendo una “storia di mafia”, scandaglia alcune distorsioni che continuano a essere molto radicate… tra cui la mentalità clientelare diffusa e generalizzata, che finisce con l’essere terreno fertile per ogni tipo di mafia.

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CETTI CURFINO su Cultureggiando

“Cetti Curfino” di Massimo Maugeri

di Antonino Genovese

A causa del mio lavoro, che mi tiene praticamente chiuso in sala operatoria (ad abbronzarmi con le scialtiche) ho mancato l’appuntamento con Massimo Maugeri a Milazzo, ma non è mancata occasione di leggere il suo ultimo libro “Cetti Curfino” edito da “La Nave di Teseo”.

La storia si articola su due filoni che si intersecano: quella di Andrea Coriano, un giornalista “Locale” e malpagato che collabora con una testata on line e ha il desiderio di scrivere un libro sulla storia di Cetti Curfino, e quella della stessa Curfino, reclusa per un orrendo crimine.

Il filo conduttore è l’amore tra madre e figlio, un sentimento forte e indissolubile. Andrea non ha mai conosciuto la madre, deceduta per darlo alla luce; Cetti invece ama il figlio, che nutre nei suoi confronti sentimenti rancorosi per una lettera inviata al Commissario che l’ha arrestata, dove racconta tutta la sua storia, anche le parti “intime”, che era meglio non declamare.

Il libro scorre veloce e, alla fine, dopo aver girato l’ultima pagina, resta il desiderio di voler conoscere Cetti Curfino, una donna forte che è allo stesso tempo vittima e carnefice. Vittima di una società bigotta, incolta, ignorante e clientelare, che la conduce per mano a un delitto atroce per cui paga con la detenzione la pena da scontare. Ma soprattutto è vittima di un amore non ricambiato, quello del figlio “Sebby”, che è finito a “malatrada” e che non accetta le scelte di una madre “buttanazza”.

Quello di Massimo è un libro intenso, commovente, ma intriso di ironia e Sicilitudine, che ne fanno un piccolo e raro gioiello nel marasma editoriale contemporaneo.

CETTI CURFINO su Persona e Danno

 

Deboli, svantaggiati – Minori, donne, anziani –  Maria Zappia – 30/07/2018

Cetti Curfino di Massimo Maugeri

Recensisco brevemente il romanzo dello scrittore catanese Massimo Maugeri perché l’estate invoglia alla lettura e perché la storia di Cetti Curfino riporta alla luce i temi, cari a chi si occupa di diritto, delle ingiustizie sociali e del degrado ambientale, spesso cause remote di tanti delitti.

Immagina che vivi in un posto di merda, dove ogni giorno è difficile e per non soccombere devi combattere. Sempre. Ogni giorno. A un certo punto tuo padre muore e sei nella merda più di prima. Vedi che tua madre non ce la fa e capisci che ti devi arrangiare. E arrangiarsi, in un mondo come questo, in un posto come questo, significa farti crescere i denti e le unghie”. “Perché qua hai due sole possibilità o sbrani, o vieni sbranato.

E’ una vendetta, quella di Cetti,  del debole contro un mondo che non comprende, un delitto non premeditato, un gesto d’impeto, che allo stesso tempo rappresenta un atto di ribellione verso l’ordine sociale che pone la donna, povera, senza  marito e senza risorse in uno stato di atavica subalternità. Cetti è bella, di una bellezza prorompente, e quando il marito Cesco, operaio edile in nero, muore per un incidente sul lavoro, si ritrova senza opportunità, stentando a farsi strada per sopravvivere. Pensa di  richiedere indietro favori al politico di turno, al quale il marito aveva ricercato voti per un’ascesa elettorale e quando la promessa non viene onorata,   la donna si lascia travolgere dalla furia omicida e dall’abiezione sino al carcere.

E tuttavia la storia tracciata da Maugeri, che è anche una storia di espiazione e riscatto, riporta alla luce il rapporto uomo – carcere, la solitudine del condannato, i rapporti di solidarietà che talvolta si creano tra chi è recluso e chi lavora all’interno degli istituti di detenzione. Il personaggio chiave di questa parte del romanzo è   Dina, un’operatrice penitenziaria orrida nell’aspetto e deleteria nei gesti ma saggia e pacata nella riflessione, una sorta di Caronte che traghetta il giornalista Andrea Coriano al cospetto di Cetti, in parlatorio, anticipando e preannunziando i dettagli della reale situazione in cui si trova la protagonista. Al fondo la storia è quella di una rinascita, che avviene dentro il in carcere, tramite la letteratura, i libri, la parola scritta anche se a veicolare il messaggio non è lo stato con i suoi apparati e le sue pretese rieducative ma è un giornalista tanto assetato di verità quanto irrisolto riguardo agli stili di vita. Andrea, il co-protagonista,  è uno scapolo che vive con zia Miriam, in una città del Sud, e ne è il suo contrario. Tanto la zitella è attiva, vivace e energica nelle pulizie di casa, tanto Andrea è apatico, pavido, succube, si fa per dire, delle fissazioni della zia, soprattutto delle fissazioni in materia di pulizia di casa e di uso del bicarbonato di sodio!

Le parti del romanzo che tratteggiano la quotidianità dei due sono esilaranti, fresche, ironiche, giuste per stemperare la crudezza di quanto è accaduto a Cetti e rappresentano anche uno spaccato di vita provinciale e di affetti profondi: Andrea difatti arresta il suo bisogno di verità proprio perché ad essere minacciata è la vita dell’anziana parente, amata al pari di una madre.

Sono i piani della narrazione e la lingua che attraggono in quest’opera: lingua curata e precisa nelle parti in cui si esprime Andrea con i suoi tentativi di dare ordine ad una vita apparentemente incolore, priva di direzione, precipitata in una convivenza anomala, quella tra zia e nipote fatta di riti e di monotonia, di giretti in macchina con anziane e vivaci signore attempate e ricette di cucina del tempo che fu, e la lingua forte e violenta di Cetti, la lingua in cui la donna reclusa tenta di esprimere la propria verità, una lingua tutta dialettismi e senso pratico meridionale. Una lingua che tuttavia diviene rarefatta e corretta quando l’eroina, dopo aver letto un’infinità di libri, s’impadronisce dell’unica arma capace di cambiare le cose, la capacità di esprimersi e di raccontare. La padronanza del linguaggio acquisita mediante la cultura fa di Cetti un essere compiuto, le consente di raccontare la propria verità in maniera definitiva contro tutti, anche contro il figlio Seby che la condanna e la vorrebbe cancellare da sé.

“A un certo punto tua madre fa una minchiata e la sbattono in carcere. E tu dici, vaffanculo, era dura prima e sarà dura pure ora. Però tua madre non è che si accontenta di fare una minchiata, una di quelle grosse come una casa, che ti rovinano per sempre. No. Fa di più. Decide di scrivere una lettera per raccontare i cazzi suoi e quelli che secondo lei sono stati i motivi che l’hanno spinta a fare la minchiata. E già questo bastava per la vita mia, sua, dei nostri antenati e dei nostri discendenti. Ma si è accontentata di questo? No. La signora è una che non si accontenta. E allora, mentre che ci siamo, avrà pensato: ora racconto tutto. E non è che lo racconto così. Tipo una frase e via. No. Racconto tutto, per filo e per segno. (…).

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Maria Zappia è calabrese, si è laureata presso l’Università di Messina ed esercita la professione di avvocato civilista. Ha conseguito un Master di primo livello in Diritto ed Economia dei Trasporti e della Logistica presso l’università di Bologna nel corso dell’anno accademico 2004-2005. Nel biennio 2009-2010 ha approfondito le tematiche della Responsabilità Sanitaria seguendo un corso organizzato dall’associazione A.gi.sa. in Roma. Dall’aprile 2013 è abilitata al patrocinio presso le Giurisdizioni Superiori. Si occupa prevalentemente di responsabilità medica, di diritto del lavoro privato e pubblico, diritto dei minori e della famiglia, di responsabilità civile. Ha approfondito l’istituto degli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Nelle discipline penalistiche ha affrontato in più occasioni la fattispecie della diffamazione sui social. Collabora con una rivista on line che si occupa di attualità e politica e si interessa di letteratura.

 

CETTI CURFINO su La Gazzetta di Parma

GAZZETTA DI PARMA 25.7.2018 (Cetti Curfino - art. di Elisa Fabbri).jpg

GAZZETTA DI PARMA 

25-07-2018

Cetti Curfino. Un noir siciliano, la vita spezzata della detenuta assassina.
Il romanzo di Maugeri: una donna in carcere per un «tremendo» delitto e un cronista alla ricerca di una storia

ELISA FABBRI

Con questo suo nuovo romanzo, «Cetti Curfino», lo scrittore siciliano Massimo Maugeri ha realizzato un’opera caratterizzata da pagine commoventi accostate ad altre crude e inquietanti, lasciando sempre trasparire una sottesa tenerezza. Il protagonista maschile, Andrea Coriano, è un giornalista trentenne che svolge lavori saltuari senza guadagnare quasi nulla: è un antieroe, un perdente dal carattere remissivo. La sua arrendevolezza, che lo deprime, si allontana quando comincia a seguire il caso giudiziario di Cetti Curfino. La detenuta (Cetti) è di una «bellezza ferale», selvaggia, che incanta. L’atmosfera è surreale e cupa, i pensieri di Andrea si susseguono mentre propone alla donna di scrivere un libro sulla sua vicenda. Lei si ritrae. Quando Cetti parla o scrive lettere al commissario lo fa in modo rozzo, brutale e insieme struggente e sofferto, con un bizzarro idioma che unisce il dialetto siciliano a parole italiane scorrette. Ha quarant’anni ed è disperata e sola, con un senso di morte che si fa sempre più greve. Andrea ascolta le sue grida, i suoi silenzi e prova emozioni intense mentre vengono alla luce i traumi che la donna ha dovuto subire: un marito amatissimo che muore cadendo da un’impalcatura durante il suo lavoro in nero, un figlio che non trova sbocco se non nella malavita, un politico che non mantiene le promesse, un cognato che la sottomette sessualmente. Questo è il degrado sociale dal quale proviene Cetti Curfino ed è da lì che Andrea vorrebbe cominciare a raccontare. Ma su di lui gravano minacce di morte. La storia di Cetti si completa come un mosaico, fino a svelare i motivi che la spinsero a commettere l’omicidio per il quale è in carcere. Il tormento che la affligge ora alimenta la volontà di riscattarsi. Ma gli eventi si snodano in un crescendo drammatico. Emerge il ritratto di una donna straordinaria, schiacciata e ferita dalla vita ma non uccisa, come dimostra l’inatteso, magnifico finale.

(RIPRODUZIONE RISERVATA)
Cetti Curfino
di Massimo Maugeri (euro 252, € 18,00)

CETTI CURFINO su La Sicilia / 2

LA SICILIA Caltanissetta 22.7.2018

Una donna in carcere e le sfumature d’animo

di Domenico Russello

L’universo carcerario visto attraverso gli occhi di una donna dalla bellezza potente, che racconta la sua storia. S’intitola “Cetti Curfino” il libro scritto da Massimo Maugeri (edito da “La Nave di Teseo”) e presentato alla Libreria Mondadori.
Un’opera che prende il nome dalla sua protagonista, una donna dal grande fascino che si trova in carcere. Un caso che è stato al centro della cronaca, dietro il quale si nasconde la storia di una figura complessa e di un mondo, quello della detenzione, che sa rivelare le più profonde sfumature dell’animo umano. Accanto alla personalità imponente di Cetti Curfino emerge un giovane e precario giornalista, Andrea Coriano, che ne racconterà il passato.
«Ho prestato ai personaggi i miei sensi e le mie percezioni -ha detto l’autore – calandomi in una realtà che non conosco, quella carceraria, attraverso le mie dinamiche emotive. Ho scritto il romanzo di getto, frutto di un’esigenza fortissima. Il compito dello scrittore è essere capace di cogliere le sfumature anche di situazioni immaginarie».
«In carcere si lavora per promuovere un senso di legalità autentico – ha aggiunto il direttore della casa circondariale di contrada Balata, Gabriella Di Franco, che ha dialogato con l’autore – anche attraverso quelle attività culturali che spingono i detenuti alla ricerca della libertà interiore». Una ricerca che permette a molti detenuti di partecipare attività alle attività che si svolgono all’interno della struttura. All’evento hanno preso parte inoltre l’attrice Giuliana Fraglica, che ha interpretato alcuni passi del romanzo, e il maestro Giovanni ludice, autore del dipinto scelto dalla casa editrice come copertina del libro.

DOMENICO RUSSELLO

CETTI CURFINO sulla Gazzetta di Parma

Il bugiardino dei libri” di Marilù Oliva – “La nave di Teseo”

"Il bugiardino dei libri" di Marilù Oliva: "La nave di Teseo"

di Marilù Oliva

15 Luglio 2018 – 19:47

TITOLO: Cetti Curfino
AUTORE: Massimo Maugeri
EDITORE: La nave di Teseo
ANNO: 2018

Composizione ed eccipienti:

Torna Massimo Maugeri, a distanza di cinque anni da “Trinacria Park” (edizioni e/o), con un libro che, pur attraverso una storia di fiction, può essere definito romanzo-verità. Lo sfondo è ancora la Sicilia, questa volta approfondita nelle sue tematiche sociali più devastanti, quelle che vanno dal lavoro in nero alle morti bianche alle condizioni carcerarie, fino al clientelismo e alla svalutazione delle donne. Svalutata infatti, emarginata, ferita dagli eventi, marchiata da una mentalità patriarcale è Cetti Curfino che dà il titolo al libro, una donna che ha commesso un misfatto, ma fin dalle prime pagine è chiaro che l’autore rinuncia a una visione manichea delle colpe, cercando piuttosto di svelare al lettore quanto sia fondamentale ciò che la vita ci ha dato o, soprattutto, ciò che non ci ha dato. Perché non tutti possono scegliere. C’è chi viene messo con le spalle al muro e scopre che l’unica maniera per sopravvivere è aggrapparsi al degrado.

Andrea è un giornalista che risente, come molti suoi colleghi, dei tempi precari e di una professione malpagata. Vive con la zia Miriam, che ha supplito alle figure genitoriali facendo, a modo suo, da famiglia al ragazzo. Andrea è convinto: vuole scrivere un libro sulla vicenda di Cetti Curfino e per documentarsi si rivolge alla diretta interessata, che sconta la sua pena in prigione. Così la incontriamo fin dalle prime pagine, Cetti, questa donna conturbante, dalla bellezza ferale, diffidente, pugnalata dall’amarezza. Pagina dopo pagina, Maugeri rivela al lettore tutto il mondo che la circondava e le persone che l’hanno accerchiata – anche metaforicamente, fino a un epilogo che lascia col fiato sospeso. Al contempo, lo scrittore catanese informa sulla vita del protagonista grazie a una successione sapiente dei capitoli che spostano il fuoco ora su Andrea ora su Cetti. Quest’ultima, poi, racconta la propria vicenda attraverso lettere indirizzate al commissario, pregne di una lingua vivissima e colorita, un italiano dei bassifondi sporcato di idiomi siciliani ma comprensibile, che ricorda i romanzi storici di Camilleri. Certo un lavoro certosino per l’autore, che ha mostrato grande competenza nel combinare dialetto e italiano parlato.

Una storia che tocca il cuore e che fa riflettere, un libro necessario per comprendere e correggere i lati distorti della nostra società.

Indicazioni terapeutiche:

Questo libro infonde coraggio a chi ne è sprovvisto.
Consigliato a tutti, benefico:

Chi traccia una linea di demarcazione netta tra vittima e carnefice.
Chi non chiede mai lo scontrino o la fattura.
Chi si sente in un vicolo cieco.
Figli che giudicano severamente i genitori.
Chi abbraccia un’idea ma è titubante nel perseverare.
Giornalisti che non ce la fanno più.
Controindicato per:
Chi soffre di claustrofobia da prigione.

Posologia, da leggersi preferibilmente:
Ascoltando la play list consigliata dall’autore stesso, alla fine del libro.

Effetti indesiderati:
Imparerete anche diverse tecniche per pulire l’argenteria.

Avvertenze:
Conservare di fianco ai dischi di John Lennon
Pillole:

«Nei due bracci principali dell’istituto le celle erano strapiene. In alcune di esse vivevano fino a dieci detenuti, collocati in letti a castello di tre o quattro piani. Molta di questa gente, dunque, si trovava costretta a vivere al di sotto dello spazio minimo oltre il quale, secondo quanto indicato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, si configurerebbe la tortura».

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«E per un volta, almeno per una volta, potremmo fingere di non pensare che senza lavoro e senza soldi un essere umano vale meno di un refolo di vento».

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«Immagina che vivi in un posto di merda, dove ogni giorno è difficile e per non soccombere devi combattere. Sempre. Ogni giorno. A un certo punto tuo padre muore e sei nella merda più di prima. Vedi che tua madre non ce la fa e capisci che ti devi arrangiare. E arrangiarsi, in un mondo come questo, in un posto come questo, significa farsi crescere i denti e le unghie».
Massimo Maugeri collabora con le pagine culturali di magazine e quotidiani. Ha ideato e gestisce Letteratitudine (in rete dal 2006), blog letterario d’autore del Gruppo L’Espresso nonché uno dei più noti e seguiti blog letterari italiani, integrato dal quotidiano culturale online LetteratitudineNews. Dal 2009 cura e conduce una fortunata trasmissione radiofonica culturale di libri e letteratura che ha lo stesso nome del blog, incrociando la propria voce con quella dei più noti scrittori italiani e internazionali. Ha pubblicato romanzi, racconti e saggi, tra cui il romanzo Trinacria Park (Premio Vittorini).

CETTI CURFINO su La Sicilia

LA SICILIA del 13.7.2018 (art. di Maria Rita Pennisi)

“Cetti Curfino” anime diverse in un romanzo di formazione

di Maria Rita Pennisi

È un romanzo che si legge tutto di un fiato “Cetti Curfino” di Massimo Maugeri, pubblicato da La  Nave di Teseo, Milano 2018. È ambientato in una città senza nome, geograficamente divisa tra un centro storico luminoso e accattivante e quartieri periferici scuri e degradati. Protagonista il giornalista Andrea Coriano, ancora alle prime armi, che vorrebbe scrivere un romanzo sulla storia della detenuta Cetti Curfino condannata per omicidio. Dal momento del loro incontro, lui diverrà il ponte tra due mondi: quello arioso e luminoso dei liberi e quello buio e asfittico dei detenuti. Qui, nel carcere, si intersecano le vite di Cetti e Andrea, che possono coesistere solo tra quelle mura. Il romanzo si apre con una costatazione del narratore: «Appena la vide pensò due cose. La prima: il suo era uno di quegli sguardi capaci di bloccare il respiro. La seconda: la sua bellezza era dotata di un incanto ferale». Cetti Curfino è perfettamente conscia della sua bellezza, come Andrea è consapevole della propria inettitudine. Entrambi vivono un dramma: lei quello della detenzione e della conseguente separazione dal figlio e lui quello della mancanza dei genitori e della conseguente solitudine fisica e interiore. Il romanzo tratta altre tematiche come le morti bianche, l’omicidio, l’amicizia, l’amore, la politica, la passione torbida, la detenzione e il senso di colpa del protagonista. Il tutto è descritto in modo magnifico dalla penna sapiente di Massimo Maugeri, che sa dosare perfettamente dramma, comicità e ironia. Non mancano infatti delle parti decisamente esilaranti legate al protagonista, che per sbarcare il lunario è assunto come autista dalla vecchia zia e dalle sue amiche per trasportarle nei vari locali che illuminano le notti cittadine o delle parti comiche in cui la zia si autoconvince che morirà presto, perché ha sognato la madre defunta, e quindi decide di istruire il nipote così saprà cavarsela quando lei non ci sarà più. Cetti Curfino è un romanzo che riesce a condensare diversi sentimenti e diversi linguaggi. È basato sulla ricerca interiore dei protagonisti, che nella scrittura non pensano solo di trovare una valvola di sfogo, ma anche il modo per fare sentire la propria voce, per dire al mondo che esistono. Quella di Andrea è la voce di coloro che non riescono a vivere a pieno la propria vita, perché legati ai fantasmi del passato. Quella di Cetti è la voce di una donna che vuole comunicare al mondo di esserci e che insieme a lei esiste un mondo di diseredati che vuole emergere e farsi conoscere. Cetti Curfino è anche un romanzo di formazione in cui la protagonista, attraverso la sua dolorosa storia, cresce e si rende conto di qual è l’arma fondamentale di cui deve servirsi per far sapere agli altri che c’è.